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Dal Mito alla Realtà: il saccheggio del mare

di Serge Collet

fonte: The architect of the sea. in Insula. International journal of Island Affairs, April 1999, year 8 n° 1, pp.29-36.

Scilla, il mostro a sei teste che divorava pesci e uomini, nascosto nel suo covo roccioso divora delfini, pescecani, e le balene giganti scandagliando gli abissi. (Odissea XII-92/98) E' proprio questo il punto da cui Ulisse scappò da Scilla perdendo gli ultimi sei dei suoi uomini migliori, e il mito omerico nei suoi modi prodigiosi lega la terra, il mare e la morte. E' creato così l'archetipo dell'appropriazione con l'uso della violenza di ciò che il mare porta con sé. Ciò che il mito fa pensare, nella forma allegorica di una bestia marina, Polibio, descrive nel secondo secolo a.C., in dettagli negli aspetti notevoli della caccia del pesce spada lungo le coste mitologiche di Scilla. Qui quelli che guardano dagli alti promontori non sono mostri ma semplici esseri umani, che perlustrano il mare brillante alla ricerca della comparsa della pinna del pesce spada che spunta in superficie. Un uomo perciò è la vedetta che segnala, secondo Polibio, il pesce che viene in superficie, ai pescatori che aspettano in precisi luoghi nascosti, su piccole barche a due remi, ognuna delle quali con un equipaggio di due. Uno dirige la barca, l'altro sta a prua. Appena si giunge vicini al pesce l'arpione è scagliato contro il suo corpo. La punta del ferro legata ad una lunga fune viene scagliata con un rapido movimento del fiocinatore, dalla sua lancia di legno rilasciata a far compiere al pesce ferito gli ultimi spasimi.

La lancia in parte fatta di quercia e in parte di legno più leggero è lasciata galleggiare verticalmente sulla superficie a segnalare la posizione del pesce che viene recuperato dai pescatori. Ciò che Polibio descrive dell'arte della pesca del pesce spada rimase invariato fino alla fine degli anni sessanta di questo secolo quando i pescatori siciliani inventarono la "Passerella", una imbarcazione potente e dotata di un rostro che si staglia per circa 30 metri dalla prua della barca permettendo al fiocinatore di colpire il pesce praticamente come se fosse sotto i suoi piedi. La Passerella è dotata di un albero sorretto da cavi d'acciaio che si erge per 25 metri, alla sommità del quale sta un marinaio di vedetta che è anche il timoniere ed ha quindi il comando dei motori e il controllo della direzione della nave. Una consistente innovazione tecnica, in altre parole, che include la mobilità e la relativa facilità nella pesca attuale del pesce spada. Questo progresso comunque non ha cambiato l'organizzazione tradizionale della pesca del pesce spada, nel senso del modo di seguire le tracce del pesce, basato sull'esistenza di una determinazione ecologica: la presenza in alcune stagioni dell'anno del pesce spada che viene su in superficie in un'area particolare.

Sulla costa calabrese, un adattamento appropriato dei movimenti per la cattura ed alcuni adattamenti governano l'intero processo. Nel sistema tradizionale le vedette assistevano i pescatori distribuiti in coppie. Lo storico e viaggiatore greco non ci da altre informazioni sulle regole specifiche delle operazioni della pesca. Per esempio, cosa succede se un pesce inseguito da una imbarcazione viene ucciso da un'altra barca. Egli sosteneva anche che esisteva solo una vedetta che avvisava i pescatori. In realtà negli archivi più antichi che risalgono al 1559 che sono riuscito a consultare, viene riportato un numero di ben cinque vedette posizionate lungo la costa. Questi erano di fatti l'oggetto di un "Jus guardiae piscium-spatorum"(diritti di guardia del pesce spada) sui quali il feudatario calabrese, il Principe Ruffo esigeva una tassa in denaro.