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ScillaOnline.itdi Serge Collet
fonte: The architect of the sea. in Insula. International journal of Island Affairs, April 1999, year 8 n° 1, pp.29-36.
Più di quindici anni fa quando cominciai le mie ricerche sulle comunità marittime della costa calabrese (Sud Italia) incontrai un anziano pescatore erede di un'antica tradizione, di uno stile di vita, unito ad un alto senso morale. Si chiamava Francesco Polistena morto nell'Aprile 1997 all'età di 93 anni, rispettato da tutti i pescatori dello stretto di Messina. Famoso fiociniere nella pesca del pesce spada e timoniere... eravamo seduti sulle rive di Scilla quando mi svelava con pazienza il suo "linguaggio" la sua arte, la sua visione della vita, il suo mondo e i suoi segreti. Una volta, in uno delle nostre lunghe e fantastiche conversazioni sottolineò che egli stesso aveva appreso l'arte delle "Halieutical res (il sapere marittimo)" da suo nonno che si chiamava come lui: Francesco. Rinomato e rispettato pescatore dei suoi tempi, da molti era denominato "l'architetto del mare" poiché per la sua grande esperienza era incaricato dalla comunità di discernere sull'uso di diversi strumenti, attrezzi navali, e tecniche da usare nei periodi giusti dell'anno e di risolvere saggiamente come giudice insindacabile, i facili conflitti sull'assegnazione delle zone di pesca prima dell'inizio della stagione della pesca del pesce spada.
Nei primi anni ottanta, quando lo incontrai, "Padre ciccio" (Parr'e cicciu), che così familiarmente e rispettosamente veniva chiamato il nostro Francesco Polistena, portava avanti i principi e i compiti tramandati dal nonno, e secondo i quali le cose del mare, che il nostro pescatore amava tanto, non sono gratuite ma devono essere gestite per l'interesse di tutti. Dalle mie ricerche nel Mediterraneo, nessun'altra esperienza marittima, sembra più compiuta e vissuta, o con più successo organizzata, della pesca del pesce spada nello Stretto di Messina. Quest'ultimo punto costituisce un buon terreno di prova per l'idea espressa da E. Ostrom (1992,313) secondo cui "se la gente ha vissuto in stretta relazione con una risorsa marina comune relativamente piccola, allora sono state studiate delle tecniche per limitare e regolamentare i metodi d'uso". Nessun dubbio che dietro l'espressione locale "il mare di Scilla" c'era per me la promessa di poter scoprire una sorta di architettura del mare, una lezione che contribuiva a comprendere la sottostante misura regolata nell'appropriazione e sfruttamento dei doni del mare, probabilmente ereditata dai Fenici nell'arco di tremila anni (Collet 1995).
Questo è il senso vero delle tradizioni che sono venuto a esplorare: il modo in cui una comunità di Predatori-Pescatori ha sfruttato le risorse naturali in migliaia di anni senza provocarne l'esaurimento.
Saggezza e responsabilità ecologica? E' forse più adeguato vedere qui l'effetto positivo che risulta dalla catena di procedure atte a porre restrizioni e limiti che regolamentano il processo della pesca.
In ogni caso una specie di responsabilità, prescritta dal codice di condotta per le pescherie responsabili (patrocinata dalla FAO ). Ad ogni modo l'architettura del mare inventata dai pescatori del pesce spada per regolamentare le risorse marine comuni, condivide sicuramente il suo valore paradigmatico con altri pescatori di altri mari.